La Cassazione fornisce un definitivo chiarimento sulla distinzione tra alimento mal conservato e alimento alterato

Avv. Edoardo Manassero - 15 marzo 2017

La Cassazione penale, con la recente sentenza del 17.01.2017, n. 1965, si è pronunciata su una tematica molto attuale, ossia sui requisiti igienico-sanitari dei cibi e delle bevande messi in commercio, e più in particolare sulla differenza tra lo stato di cattiva conservazione e l’alterazione degli alimenti; il che significa aver chiarito le ragioni della sanzione più grave nel secondo caso.
Le due fattispecie sono contenute (ma non definite) nella L. 30.04.1962, n. 283, recante “Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”.
Più specificamente, l’art. 5 della Legge prevede il divieto di impiegare, nella preparazione di alimenti o bevande, di detenere per vendere o distribuire sostanze alimentari: a) private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali; b) in cattivo stato di conservazione; c) con cariche microbiche superiori ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali; d) insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione.
In caso di violazione, l’art. 6 della medesima Legge, prevede la pena dell’arresto fino ad un anno o in alternativa l’ammenda da euro 309 a euro 30.987, nel caso di cattiva conservazione. Invece, lo stato di alterazione è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno o l’ammenda da euro 2.582 a euro 46.481.
La sentenza sopracitata supplisce all’assenza di precise definizioni, permettendo così di comprendere in primis quale delle due fattispecie generi un alimento o una bevanda che abbia subito un processo tale da renderlo maggiormente dannoso per la salute e conseguentemente perché l’alterazione degli alimenti venga punita con maggiore severità rispetto al cattivo stato di conservazione.
A tal proposito si legge che lo stato di cattiva conservazione “riguarda quelle situazioni in cui le sostanze alimentari, pur potendo essere ancora genuine e sane, si presentano mal conservate, e cioè preparate, confezionate e messe in vendita senza l'osservanza delle prescrizioni dirette a prevenire pericoli per la salute dei consumatori”. “L'alterazione degli alimenti definisce la presenza di un processo modificativo di una sostanza alimentare che diviene altra da sé per un fenomeno di spontanea degenerazione, la cui origine può essere dovuta all'azione di agenti fisici, quali ad esempio la luce o il calore, ovvero chimici, tra i quali si collocano i microorganismi viventi, agevolati dall'azione dell'umidità, quali batteri, muffe, funghi, ecc.”.
Ciò che si può dedurre dal contenuto della sentenza, è che un alimento o una bevanda in cattivo stato di conservazione è un alimento o una bevanda non per forza pericoloso per il consumatore ma “soltanto” conservato senza rispettare le prescrizioni di legge e quindi potenzialmente ma non forzatamente dannoso, poiché non vi è certezza che il processo di deterioramento si sia già verificato o che si verificherà. Si pensi ad esempio all’ipotesi più classica, ovvero sia un cibo – che richiede la conservazione a basse temperature - in vendita in un esercizio commerciale ove il frigorifero ha una gradazione anche di poco superiore a quella prevista dalla normativa.
Al contrario, un alimento alterato ha effettivamente subito una modificazione tale da renderlo verosimilmente dannoso per la salute in quanto vi è già stato un processo chimico-fisico di deterioramento, generato dall’attività dell’uomo. Si pensi ad esempio alla presenza di muffa su un formaggio prodotto con latte avariato, che lo ha reso nocivo.
Si può, in conclusione, asserire che la sentenza abbia fornito la ragione della distinzione tra la sanzione comminata in caso di cattiva conservazione dell’alimento e la sanzione comminata in caso di alterazione. Sulla base di ciò, se ne deduce che qualora si conservi un cibo o una bevanda senza rispettare le prescrizioni di legge si avrà una pena dell’arresto non stabilita temporalmente nel minimo – potrebbe essere anche un solo giorno – o un’ammenda sia nel minimo che nel massimo inferiore rispetto all’alterazione di cibo e bevande che prevede invece una pena dell’arresto mai inferiore ai tre mesi. La pena massima dell’arresto è però in entrambi i casi pari a un anno.